Prendersi il tempo di perdersi

"Perché vuoi combattere contro il labirinto? Assecondalo, per una volta. Non preoccuparti, lascia che sia la strada a decidere da sola il tuo percorso, e non il percorso a farti scegliere le strade. Impara a vagare, a vagabondare"

Tiziano Scarpa


Lo so che oggi è il 14 febbraio e magari ti aspettavi una bella riflessione sull’amore, invece sono qui a raccontarti come sia necessario riuscire a perdersi. A ben vedere, a mio avviso, perdersi ha in una certa misura a che fare con l'amore, non trovi?


Sembra strano, in una epoca così direzionata come la nostra, in cui tre quarti dei servizi che ci vengono proposti riguarda il “risparmiare tempo”, che qualcuno ti inviti ad investirne una parte nello smarrirsi.


Quando ho iniziato a lavorare come consulente di outplacement non esistevano i navigatori satellitari {ecco, adesso mi sento uno strano animale preistorico} quindi per raggiungere le aziende clienti non si poteva far altro che usare le mappe cartacee. Non so dirti quante volte ho rischiato di perdermi mancando clamorosamente l’appuntamento, ma ricordo bene le risate fatte con la mia collega quella volta che ci siamo perse nel senese {nel caso il capo dell’epoca stesse leggendo, tutto a posto, l’appuntamento poi si fece, insieme ad un bel pranzo vicino piazza del Campo}.


Questa non è stata la sola volta in cui perdermi mi ha regalato risate e spensieratezza: negli anni da consulente aziendale nemmeno il navigatore è riuscito sempre a evitare che allungassi i viaggi {citazione a tema amore correlata: “fanno giri immensi e poi ritornano”} o che mi trovassi a dover chiedere indicazioni nelle situazioni più improbabili. Indimenticabile, in questo senso, un dopocena in auto Palermo-Melilli con il navigatore che nei pressi di Enna, nel buio più totale intorno a me, annuncia con la sua voce metallica “destinazione raggiunta” mentre mancavano ancora circa 150 km.

Certo, rendersi conto di non sapere dove ero all’inizio mi destabilizzava ma attivare il problem solving è sempre stato molto stimolante per me.


Comunque no, non sto scrivendo questo post per invitarti a vagare senza meta per strade che non conosci senza alcun supporto della tecnologia.


Il mio obiettivo è farti venire voglia di esperire, in situazione contenuta e protetta, la sensazione che la nostra psiche prova nel momento di smarrimento, sia geografico che temporale. Ti è mai successo? Raccontami se vuoi, sarò felice di leggere le tue riflessioni!


E’ la sensazione che si può provare in un labirinto (lo so, ultimamente cito spesso i labirinti, ma è tutta colpa del mio Laboratorio Labirinti Interiori, lo hai visto in area news del mio sito? Se te lo sei perso scrivimi per ricevere la locandina ed il modulo di iscrizione), ma anche perdendo la cognizione del tempo durante una attività molto piacevole come un hobby {nella foto vedi in cosa io ami perdermi ultimamente, tra i fili da ricamo} o molto attivante fisicamente (a me lo spinning riesce a dare questa sensazione).


Lo smarrimento“tutelato” si può provare anche leggendo in maniera immersiva, quando mettiamo in pausa tutto il mondo e facciamo sessioni di lettura lunghe e senza interruzione, magari su una storia davvero coinvolgente, di quelle che ti fanno entrare dentro ciò che stai leggendo {se come me hai letto “La storia infinita” di Michael Ende in tenera età, la sensazione è proprio quella}.


Prendersi il tempo di perdersi è anche ciò che succede nella lavoro dell’analisi di noi stessi, come in psicoterapia o nelle sedute di analisi: vagare nei nostri contenuti interiori, sondare la nostra situazione inconscia, che proprio non vuole saperne di pianificazione e calendario. Quando i pazienti arrivano ad un buon punto del loro percorso mi raccontano spesso di iniziare a sentirsi “meno persi”, di avere acquisito la comprensione del proprio percorso.


Ultimamente ho scelto un vecchio nuovo modo per gustarmi un po’ di tempo smarrito: ho ripreso in mano il testo dell’I Ching, l’oracolo sciamanico millenario cinese di cui Carl Gustav Jung ha scritto la prefazione alla traduzione di Richard Wilhelm (la trovi in edizione Adelphi qui).

La consultazione di questo oracolo non ha molto a che fare con i moderni suoi omonimi di categoria: non è uno strumento che parla a chi lo consulta, ma che anzi lo interroga intillando il dubbio. Uno strumento che contempla il mutamento e la versatilità di ogni sua risposta, che chiede al consultante non solo di farsi domande, ma anche di tenere insieme molteplici punti di vista che spesso, appunto, disorientano. Lo avevo incontrato anni fa durante la mia analisi ma non era ancora il momento, adesso sento l’attrazione per questo smarrirmi e ne esco nutrita e curiosa di andare ad approfondire ancora. Tu lo conosci?