Del leggere racconti


«Un buon racconto vale quanto una dozzina di cattivi romanzi» Raymond Carver


Sono stata per anni una lettrice di romanzi, specialmente romanzi lunghi. Consideravo questa abitudine un vanto, lo ammetto con un certo imbarazzo. Non mi piaceva leggere racconti e mi trovavo, a quanto pare, in media con il gusto del lettore italiano (l’editoria pare preferire di gran lunga il romanzo in quanto maggiormente acquistato).


Da qualche anno ho scoperto la lettura dei racconti e ne ricavo grande piacere, tanto da aver iniziato ad usarli anche nei percorsi di Libroterapia che propongo (un esempio è il Laboratorio Leggersi che si basa completamente sulla lettura di racconti).


Mi sono chiesta perché il racconto sia così poco considerato rispetto al romanzo, visto che in fondo abbiamo esempi di autrici e autori mirabili che ne hanno fatto il loro genere di elezione (Katherine Mansfield, Raymond Carver, Jorge Luis Borges, Anton Checov, Alice Munro, Flannery O’ Connor, John Cheever solo per fare alcuni nomi).

Cosa ci viene in mente quando pensiamo al racconto come testo narrativo? Probabilmente la sua brevità rispetto al romanzo. E purtroppo «breve» si associa immediatamente all’idea di una narrazione meno coinvolgente, che ci terrà compagnia per meno tempo (e quindi non ci consentirà di abituarci) e spesso, purtroppo, anche all’idea di una minor ricchezza in termini di esperienza estetica.

Concordo con Flannery O’Connor che scriveva «un buon racconto non deve avere minor significato, né azione meno compiuta di quella di un romanzo» e ancora «Breve non vuol dire inconsistente. Seppur breve, un racconto deve svilupparsi in profondità e trasmettere una pienezza di significato».


Il romanzo deve la sua lunghezza non soltanto all’ampiezza della storia narrata, ma anche alla forma in cui questa viene raccontata. Il romanzo è la terra degli aggettivi e degli avverbi, dei polisindeti. Questi non fanno che rallentare il ritmo di lettura, che invece in un racconto rimane incalzante e concede meno tregua al lettore. Penso che questo meriti una riflessione ulteriore: se leggo solo per intrattenimento, più a lungo questo dura, più mi consente di distrarmi anche un poco senza perdere il filo e più starò a mio agio. Il mio sforzo di lettrice sarà minore. Il racconto chiede di essere letto senza interruzioni, non ci sono intervalli, non accetta la spezzatura.


Lo stesso impegno viene chiesto per la corretta attribuzione di senso: se in un racconto un personaggio viene presentato in due sole righe dovremo leggerle attentamente e cercare di capirle bene, non avremo molte occasioni per crearcene un ritratto mentale. In un romanzo invece abbiamo spesso molte opportunità per comprendere i personaggi, veniamo in qualche modo maggiormente guidati dalla narrazione. Lo stesso accade con le ambientazioni: meno descrizioni ho a disposizione, più devo cercare di creare una immagine mentale recuperando informazioni dalla mia memoria e dalle mie conoscenze pregresse. E questo determina un certo sforzo, che può rivelarsi anche molto piacevole quando, da lettrice, colgo un piccolo indizio che mi restituisce il senso dell’intero racconto.


I racconti sono narrazioni per lettori attenti, desiderosi di partecipare in maniera attiva alla costruzione del significato della storia, che non accettano di fruirne soltanto. Intendiamoci, i romanzi quando sono ben strutturati (e tengono la stessa tensione nella me lettrice) rimangono la mia passione, ma il buon racconto mi solletica e pretende che io rifletta.

Mi viene in mente Italo Calvino che raccontava di avere il progetto di scrivere una raccolta di racconti di una sola frase o di una sola riga, ne è un famoso esempio il famosissimo racconto del dinosauro di Augusto Monterroso contenuto in pochissime parole: «Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì». Esiste anche un aneddoto attribuito (falsamente) a Hemingway, che al bar con amici avrebbe scommesso di riuscire a scrivere una storia in solo sei parole e avrebbe vinto scrivendo «For sale, Baby shoes, Never work» [Vendesi scarpe da bambino, mai usate]”.


Magari starai pensando che i racconti non sono tutti uguali, ne esistono di brevi e di lunghi, infatti ne esistono di 4 categorie: - meno di 1.000 parole: racconto brevissimo o flash story - tra 1.000 e 5.000 parole: racconto breve - tra 5.000 e 10.000 parole: racconto - tra 10.000 e 20.000 parole: racconto lungo - tra 20.000 e 40.000 parole: novella o romanzo breve


Leggere racconti richiede un certo allenamento alla lettura immersiva: considerando che la velocità media di lettura di un adulto si aggira intorno alle 300 parole per minuto, si tratta di sessioni relativamente brevi, ma che non sopportano l’interruzione e nemmeno il multitasking. La quota di indeterminazione del racconto è sufficientemente alta da richiedere, come ci siamo detti, la partecipazione di chi legge per la co-creazione dei dettagli non scritti della storia. Questa operazione non puoi farla sbirciando la tv, leggendo un messaggio che ti è appena arrivato o scorrendo una playlist. [Per me la lettura dovrebbe sempre avere il giusto spazio, lo sottolineo a chiunque faccia percorsi di Libroterapia con me].


Lo diceva anche E.A.Poe nel suo rivendicare per il racconto la dignità di genere letterario indipendente: «Il romanzo ordinario è discutibile, per la sua lunghezza, per motivi già esposti in sostanza. Non potendo essere letto tutto d'un fiato, si priva, naturalmente, dell'immensa forza della totalità. Interessi mondani che intervengono durante le pause di lettura, modificano, annullano o contrastano, in misura maggiore o minore, le impressioni del libro. Ma la semplice cessazione della lettura sarebbe, di per sé, sufficiente a distruggere la vera unità. Nel racconto, invece, l'autore è messo in grado di realizzare la pienezza della sua intenzione, qualunque cosa accada. Durante l'ora della lettura l'anima del lettore è sotto il controllo dello scrittore. Non ci sono influenze esterne o estrinseche derivanti da stanchezza o interruzione».


Siamo soliti paragonare romanzo e racconto (in fondo anche io sento, da lettrice, questa dicotomia) ma dovremmo ricordarci, come sostenuto da Boris Michajlovič Ėjchenbaum, che questi due generi narrativi non hanno origini comuni: il romanzo affonda le sue radici nelle esperienze storiche, nella vita, nei viaggi mentre il racconto deriva dalla fiaba, dalla novella, dal mito.