Visitare "Il latte dei sogni" [Venezia 2022]


Questa edizione della Biennale arte di Venezia si intitola “Il latte dei sogni” come il libro di Leonora Carrington. Un libro secondo me molto particolare e bellissimo, ma che non definirei affatto “un libro per bambini” come ho letto in molti dei comunicati stampa.

Il libro nasce dalle storie che Leonora stessa raccontava ai figli per tranquillizzarli quando erano spaventati dai suoi disegni fatti sulle pareti di una delle stanze della loro casa in Messico. Le storie erano buffe e fantastiche, ma anche estremamente simboliche ed erano al servizio delle immagini che effettivamente possono essere a momenti un po’ inquietanti. Non è, ci tengo a chiarirlo, un libro per bambini che possa rientrare serenamente nello scaffale infanzia di una libreria. A meno che non sia una libreria molto appassionata di esoterismo, di simbologia e di arte surrealista.

Io adoro quel libro, edito in Italia da Adelphi, così quando è stato comunicato il titolo della Biennale avevo già deciso di andare a visitarla.


La mostra “Surrealismo e magia” che il Peggy Guggenheim (qui il sito) di Venezia ha inaugurato proprio in contemporanea alla Biennale ha contribuito a confermare il mio interesse, tanto da aver deciso di visitare la mostra prima e la Biennale in un secondo viaggio a Venezia, per un totale di 3 giorni in città.

Visto che molte persone mi hanno scritto quando ho messo sui social le prime foto sia della mostra che della Biennale per avere informazioni e pareri, ho pensato di fare una piccola guida simbolica ad una visita a Venezia 2022.

Il mio consiglio è di prenderti 3 giorni, o almeno due e mezzo, e di visitare le esposizioni con calma: un po’ perché secondo me non ha senso immergersi nell’arte troppo velocemente e un po’ perché se sei a caccia si simboli devi darti in tempo non solo di trovarli, ma anche di “digerirli” adeguatamente.


Giorno 1: mettiamo che tu conosca un po’ l’arte surrealista (magari come movimento studiato a scuola, dove probabilmente hai sentito parlare più che altro di André Breton) e magari che tu non conosca affatto Leonora Carrington, Remedios Varo e poco anche Max Ernst (altrimenti avresti perlomeno sentito nominare Leonora, con cui ebbe una tormentata storia d’amore che viene raccontata benissimo in questo articolo).


Secondo me dovresti iniziare la visita proprio dal Peggy (mi raccomando prenota sul sito del museo) per immergerti del tutto nel contesto surrealista e nel legame tra il manifesto surrealista e l’interesse di questi artisti per la magia, l’esoterismo, la mitologia e l’occulto.

Veniamo alle letture, cosa abbinare a questa visita?

Secondo me una buona bibliografia di base potrebbe essere:

  • Il latte dei sogni di Leonora Carrington;

  • Manifesti del Surrealismo di André Breton;

  • L’arte magica di André Breton;

  • Amabili streghe. Arte e magie di Leonora Carrington e Remedios Varo di Pina Varriale e Serena Montesarchio;

  • Avere a disposizione un buon dizionario dei simboli potrebbe aiutare e a seguito opterei per l'acquisto del catalogo della mostra, che è davvero ben fatto e potrebbe aiutare a comprendere meglio quanto visto.

Giorno 2: Giardini della Biennale.

Ti propongo di visitare i Giardini per primi perché nel padiglione centrale ci sono richiami abbastanza intensi alla mostra al Peggy. La curatrice Cecilia Alemani si è posta alcune domande tra cui: “Come sta cambiando la definizione di umano?” e ha individuato in Leonora Carrington, una fonte di ispirazione per raccontare con le opere “la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi; la relazione tra gli individui e le tecnologie; i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra”. L’augurio è il “re-incantesimo del mondo” [sospiro].


Inizia dal padiglione centrale, al cui centro troverai “La culla della strega” che è la sala idealmente connessa a ciò che hai visto al Peggy: ritroverai Leonora Carrington e Remedios Varo ma anche altre importanti artiste, sia nelle opere presenti in mostra che nei filmati. La stanza prende il nome dal titolo di un cortometraggio sperimentale di 13 minuti, “The witch’s cradle” scritto e girato da Maya Deren nel 1943 insieme a Marcel Duchamp. Nello schermo si vedono una trama labirintica di corde mi cui si muovono due attori che non si incontrano mai: Marcel Duchamp e Ann Clark, che ad un certo punto ha un tentacolo disegnato sulla fronte che avvia una successione di immagini esoteriche e l’apparizione della scritta “The end is the beginning of the end”.

Con le suggestioni di questa sala (dove i simboli sono tantissimi e la densità di significati molto alta, tanto che ci vorrà un po’ per visitarla accuratamente) potrai visitare il resto del padiglione centrale, dove io ti invito a guardare con attenzione le opere di Mrinalini Mukherijee (le sue sculture tessili ricordano divinità primordiali), Mina Loy (travolgente il suo mixed media), Sister Gertrude Morgan, Djuna Barnes (io trovo il “Ladies Almanack” del 1928 potentissimo), Minnie Evans (con le sue astrazioni floreali), Linda Gazzera (la medium ritratta nelle sedute spiritiche tenute a Torino nel 1908 donate poi a Cesare Lombroso), Hélène Smith, Mary Ellen Solt e Ovartaci (che a me colpisce sempre tantissimo).


A seguire i lavori di Paula Rego ci portano nel regno delle fiabe, ma quello oscuro, da cui la fiaba deriva come tentativo di dare parola e racconto, per tornare a Leonora con l’esposizione di un facsmile di “Il latte dei sogni”.