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Storie in carcere

July 20, 2017

Azzerare il giudizio. Perchè sia che tu stia entrando all’IPM di Bologna o che tu ti stia recando alla Casa circondariale di massima sicurezza di Novara, sempre di carcere si tratta. Sempre con persone che hanno sbagliato avrai a che fare: devi tenere in mente che gli errori sono tutti uguali, che la legge non ammette ignoranza e che se hai sbagliato devi scontare la tua pena.

Ma devi anche ricordare che nessuno può essere definito solo dalla pena che la giustizia gli ha assegnato o dall’errore che ha commesso: sono persone, con le loro storie e con la storia della loro psiche e tu devi solo pensare a quella.
Non è facile prendere confidenza con il concetto di rieducazione del condannato, certo l’articolo 27 della Costituzione è comprensibile ed assolutamente condivisibile, ma stare entro il giusto confine, mantenere la corretta posizione terapeutica mentre si cerca di stare all’interno dell’istanza rieducativa non è affatto semplice.

In questo i due carceri in cui ho portato la libroterapia sono stati molto diversi tra di loro.
Da una parte avevo a che fare con adolescenti che proprio per il periodo della vita che stanno attraversando, prima ancora che per l’elaborazione dei crimini commessi, hanno familiarità con l’essere educati. Per questo si sono dimostrati pronti, una volta sorpassata la prima conoscenza (nel mio idioma professionale dovrei correttamente dire “una volta stabilita l’alleanza terapeutica necessaria al trattamento”), a seguirmi all’interno delle storie cercando loro stessi la strada corretta, quella giusta, quella vera e lasciando a me il posto di chi cerca di mostrare che ci sono molti modi di vedere la stessa questione e che la strada giusta per tutti non esiste, ma una buona riflessione dovrebbe portare a trovare la propria, a coltivare quel seme interiore che solo molto tempo dopo che io avrò iniziato a prendermene cura mi lascerà intravedere di che pianta si tratti e quali frutti io possa aspettarmi.
Nel carcere con gli adulti, le cose sono andate diversamente. Minori sicuramente gli imbarazzi iniziali, ma necessario un chiarimento arrivato prestissimo durante il primo incontro, una domanda secca riguardante le mie intenzioni: ero forse lì per curare, per cambiare? Mi sono trovata a raccontare subito il mio intento: fare anima, nutrire la psiche di chi non ha molte occasioni di farlo, prenderci cura in gruppo dell’interiorità degli individui, non dei “detenuti” che sedevano nella stanza.
Dopo aver azzerato il giudizio, quando senti che non stai parteggiando né per il detenuto né per la legge, inizia il vero lavoro: riuscire a rilevare i bisogni psichici profondi delle persone che partecipano al gruppo.
Alla mia prima esperienza in carcere prima di conoscere i membri del gruppo avevo fatto delle ipotesi sui temi maggiormente pregnanti per loro, sia a livello individuale che archetipico: elaborazioni degli affetti, arricchimento di senso del concetto di solitudine, rivisitazione dell’idea di tempo interno ed esterno, Grande Padre come legge e tanti altri. Avevo preparato delle letture adatte ad introdurre queste tematiche e che consentivano una buona possibilità di amplificazione delle ricadute di senso.
Nel susseguirsi degli incontri mi sono resa conto che la posizione di detenuto non creava affatto negli individui dei bisogni specifici, anzi, la voglia era proprio quella di parlare delle questioni che toccano tutti: mi si chiedeva di parlare dell’amore, di parlare della vita fuori. L’importante era non cadere nel tranello del fare finta di niente, la condizione di reclusione doveva essere inclusa sempre, mai ignorata. I narrati dovevano tenere conto di una duplice natura: la vita prima, quella fuori, e la vita adesso, quella dentro. Sempre. Per dare modo di esplorare il disagio della situazione, per poter parlare dei nuovi bisogni, delle mancanze e delle riflessioni. La frattura nella narrazione individuale creata dall’ingresso in carcere mi ha portata a riflettere sulla nuova frattura che le persone sedute con me, prima o poi, avrebbero esperito: l’uscita, la vita dopo.
Non volevo introdurre il tema con pagine mirabili di romanzi, volevo un racconto più vicino, più reale e mi sono imbattuta nella raccolta “Fuori. Racconti per ragazzi che escono da Nisida”, in cui il racconto “Fermo da una vita” di Alessandro Gallo riesce ad esprimere tutto il possibile disagio del rientro nel mondo fuori dal carcere. Perchè l’uscita può fare molta paura: reintegrarsi quando si porta un vissuto così pesante non è facile, per qualcuno non c’è un posto o una famiglia in cui tornare, per qualcuno uscire genera solo aspettative negative. Esistono progetti per il reinserimento, non voglio addentrarmi sull’analisi reale di quelle che possono essere le opportunità o le delusioni di un ex detenuto, mi interessa qui stare sull’elaborazione psichica, quella in cui l’uscita, salvo rari casi, è una fantasia piena di insicurezze.

Con questo racconto ho avuto modo di convalidare quello che già pensavo in merito alla scelta dei materiali letterari da utilizzare in progetti di questo tipo: tra i fattori da tenere presenti nella scelta il primo deve essere, a mio avviso, il non cadere nel bisogno di edulcorare, di dire sommessamente, di mediare argomenti scomodi. I miei partecipanti non chiedevano di essere tutelati tramite un allontanamento delle emozioni negative, ma anzi, chiedevano una mano per esprimerle, elaborarle, dare un senso al loro vissuto interiore.

Parlando di materiali, ovviamente il tema della difficoltà dei testi, della fruibilità e della loro lunghezza torna in maniera pressante, specialmente dove non tutti i partecipanti sono di madrelingua italiana e non hanno, magari, una scolarizzazione adeguata che abbia fornito loro anche delle capacità attentive sul testo ottimali. E’ diversa la lettura, in questi casi, ed ogni gruppo ha le sue caratteristiche: ho usato le graphic novel ed ho usato Borges in carcere, basta assicurarsi che i partecipanti riescano a seguire (ed in alcune occasioni ho avuto modo di avere nel gruppo non solo grandi lettori, ma anche persone che si dilettavano con la scrittura e con la poesia).

Non è facile chiudere un gruppo in carcere, come non è facile, alla fine di ogni incontro, salutare le persone, dare appuntamento per la prossima volta ed uscire. Perchè si esce da soli, loro rimangono lì e nel varcare l’ultimo cancello ci si porta sempre la sensazione di aver abbandonato il gruppo, di essere in una posizione ambigua in questo poter uscire ed entrare a piacimento. Uno dei miei partecipanti mi ha detto che c’è del masochismo in chi come me decide di entrare in carcere spontaneamente, che in fondo anche io in quelle ore in gruppo ero un pò detenuta.

Ho riflettuto molto e mi sono detta che a mio avviso l’unico modo di varcare quelle soglie con serenità fosse quello di pensare che non esista una vera cesura tra fuori e dentro: sembra banale dire che potrebbe succedere a chiunque di andare in carcere, ma, lontano dai qualunquismi, ognuno di noi sa che la sua storia personale avrebbe potuto, se fosse stata diversa, condurlo anche verso quella strada. Per questo si può lavorare in carcere aspettandosi degli effetti positivi: non quello di redimere il peccatore o il delinquente, ma quello di dare alla persona detenuta che sta scontando la sua pena modo e spazio per conoscersi meglio, per riflettere su tematiche pregnanti per chiunque, di confrontarsi con gli altri ed esprimere le proprie riflessioni su ciò che è stato e sul futuro che sarà.

Le storie individuali non possono essere riscritte stravolgendone i contenuti, ma trovare parole nuove per raccontare la propria storia è possibile e salutare. Non diminuiscono gli anni di pena, ma può cambiare la prospettiva con cui guardare se stessi e la sensazione di poter cambiare la situazione una volta fuori. Leggere storie, come sostiene Gold, è uno strumento di sopravvivenza adattivo, visto che “leggere storie è il miglior allenamento per creare storie, specialmente quella storia fondamentale che è la vita del lettore”. 

 

 

 

 

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